Perduta in un museo. Così era rimasto questo piccolo gioiello dell’archeologia, finché il dottor Martin Odler, ricercatore visiting alla University of Newcastle, e Jiří Kmošek, dell’Istituto di Scienza e Tecnologia nell’Arte dell’Accademia di Belle Arti di Vienna, non l’hanno trovato dimenticato in un cassetto del Museo di Archeologia e Antropologia dell’Università di Cambridge, dove giaceva da quasi un secolo con la sigla 1924.948, senza che nessuno capisse davvero cosa fosse.
Grazie alla loro analisi, pubblicata il 9 febbraio, oggi sappiamo che si tratta di un sofisticato meccanismo di circa 5.300 anni fa, rinvenuto in Egitto prima ancora che esistessero i faraoni.
Il trapano rotatorio più antico d’Egitto
Secondo lo studio pubblicato sulla rivista scientifica Egypt and the Levant, questo minuscolo pezzo in lega di rame, lungo 63 millimetri e pesante 1,5 grammi, è il più antico trapano metallico rotatorio identificato in Egitto.
Il reperto proviene dalla tomba 3932 del cimitero predinastico di Badari, nell’Alto Egitto, e accompagnava la sepoltura di un uomo adulto.
Come spiega Odler, gli antichi egizi sono famosi per templi in pietra, tombe dipinte e gioielli spettacolari, ma dietro questi risultati c’erano tecnologie quotidiane e pratiche che raramente si conservano nel record archeologico. Una delle più importanti era proprio il trapano: uno strumento per forare legno, pietra e piccole perle, grazie al quale era possibile costruire mobili e produrre ornamenti.
Un’invenzione anticipata di oltre due millenni
Questa scoperta anticipa di più di due millenni il primo uso documentato di un trapano rotatorio in metallo in Egitto. Fino a oggi, i set di trapani egizi meglio conservati risalivano al Nuovo Regno, tra la metà e la fine del II millennio a.C.
Per quasi cento anni nessuno aveva guardato con attenzione questo oggetto. L’archeologo Guy Brunton lo pubblicò nel 1927 e, insieme a Gertrude Caton-Thompson, nel 1928 lo descrisse semplicemente come una punta di rame con un cordino di cuoio avvolto: una descrizione che non chiariva la funzione.
La foto originale era di qualità troppo bassa per documentare adeguatamente il pezzo, e l’oggetto è stato dimenticato, non sotto la sabbia del deserto, ma sotto l’indifferenza accademica.
Odler lo ha esaminato di persona per la prima volta nel dicembre 2021: già a quel primo contatto diretto la sua natura di trapano azionato da una cinghia di cuoio è apparsa subito evidente.
Cosa c’era nella tomba di Badari
Nella tomba che conteneva il trapano erano presenti quattro vasi ceramici — una ciotola rossa lucidata, una brocca rossa lucidata, una brocca con ansa ondulata e una brocca rossa brunita — oltre a frammenti di tessuto e a una lama litica dentata.
Queste ceramiche sono la chiave per la datazione: gli archeologi le usano per assegnare una “Data di Sequenza”, un sistema di cronologia relativa che ordina le tombe predinastiche egizie in base ai tipi di ceramica, senza bisogno di analisi radiometriche.
La tomba 3932 ha ricevuto la Data di Sequenza 57, che la colloca nella fase Naqada IID (Naqada è la cultura archeologica dominante dell’Alto Egitto predinastico, e IID è una delle sue sottofasi tarde), classificazione confermata dallo specialista Stan Hendrickx nel 2021.
I modelli di datazione al radiocarbonio collocano la fine di questa fase tra il 3352 e il 3297 a.C. La tomba rientra inoltre tra quelle associate da vari ricercatori a possibili artigiani del periodo predinastico e dinastico antico, cosa che, alla luce del corredo, ha molto senso.
Come funziona un trapano ad arco
Un trapano ad arco funziona con un’eleganza meccanica rimasta sostanzialmente invariata per millenni: una cordicella corta viene avvolta attorno a un asse verticale; chi lo usa muove avanti e indietro un arco, e questo movimento alternato fa ruotare l’asse ad alta velocità, proprio come un moderno trapano manuale.
Il principio è semplice: trasformare un movimento lineare in una rotazione continua.
Questa rotazione permette di forare legno, pietra da costruzione e perline decorative con una velocità e un controllo impossibili da ottenere spingendo o torcendo a mano un semplice punteruolo.
Odler sottolinea che il nuovo esame ha fornito prove solide dell’uso dell’oggetto come trapano ad arco, in grado di produrre una foratura più rapida e controllata rispetto al semplice spingere o girare a mano una punta. Questo suggerisce che gli artigiani egizi dominavano la foratura rotatoria affidabile più di due millenni prima dei set di trapani meglio conservati finora conosciuti.
La prova nascosta nella cinghia di cuoio
La conferma più diretta del meccanismo arriva dai resti organici conservati sul reperto. Sei spire di una cinghia di cuoio estremamente fragile sono ancora avvolte sull’oggetto; i ricercatori le hanno identificate come i resti della corda dell’arco.
La conservazione di materiale organico così antico è già di per sé eccezionale, ma il fatto che questo materiale sia “funzionale”, cioè che spieghi esattamente come l’oggetto veniva usato, è qualcosa di raro in un manufatto del periodo predinastico.
Strumento e meccanismo che lo azionava sono rimasti intatti per 5.300 anni.
Per stabilire funzione e composizione, il team ha combinato l’analisi al microscopio con la fluorescenza a raggi X portatile, una tecnica non invasiva che identifica gli elementi chimici di un materiale senza danneggiarlo.
Osservata ad alto ingrandimento, l’estremità attiva del trapano mostra sottili striature, bordi arrotondati e una leggera curvatura: segni tipici di un movimento rotatorio prolungato, non della semplice pressione di un punteruolo.
Questo schema di usura coincide con quello dei trapani del Nuovo Regno, documentati secoli dopo nelle pitture della tomba di Rejmira, sulla riva occidentale di Luxor, dove gli artigiani sono raffigurati mentre forano perline e lavorano il legno.
L’analisi chimica ha rivelato una lega ternaria affascinante con tre componenti principali: rame, arsenico e nichel, con aggiunte di argento e piombo.
Una lega di metalli sorprendentemente avanzata
Questa composizione è, secondo gli stessi autori, altamente insolita. Il trapano contiene arsenico e nichel, con quantità notevoli di piombo e argento. Una “ricetta” del genere avrebbe prodotto un metallo più duro e visivamente diverso rispetto al rame comune.
La presenza di argento e piombo potrebbe indicare scelte di lega deliberate e, potenzialmente, reti più ampie di materiali o conoscenze che collegavano l’Egitto al Mediterraneo orientale nel IV millennio a.C.
I ricercatori non escludono però un’altra possibilità: che il minerale provenisse da giacimenti nel Deserto Orientale egiziano, ancora poco esplorati.
In entrambi i casi, le implicazioni sono importanti: la composizione indica una metallurgia intenzionale e sofisticata in un momento in cui l’Egitto predinastico era ancora lontano dai grandi stati faraonici noti.
Una tecnologia che resiste per quasi duemila anni
Il trapano ad arco usato dall’artigiano di Badari è rimasto il metodo standard di foratura in Egitto per quasi due millenni, applicato al legno, alla pietra e alla produzione di perline, senza che nessuno sentisse il bisogno di cambiare il principio meccanico di base.
Gli studiosi sottolineano che questa continuità tecnologica, osservata per un arco di tempo così lungo, evidenzia l’utilità duratura del trapano ad arco e ne mette in risalto l’importanza sia nella lavorazione del legno sia nella produzione di ornamenti.
Questa rivalutazione arricchisce la comprensione dell’uso precoce degli strumenti nell’antico Egitto e apre interrogativi sulle conoscenze metallurgiche iniziali e sulle interazioni tra regioni nel Vicino Oriente antico.
